Dal sito alla conversazione: perché un bot sta diventando una parte essenziale dell’esperienza digitale
Un bot non serve solo a rispondere alle domande. Può orientare, spiegare, raccogliere esigenze e trasformare un sito da archivio di pagine a esperienza conversazionale.
Abbiamo sempre progettato i siti come luoghi da esplorare.
Organizziamo contenuti, costruiamo percorsi, definiamo gerarchie e cerchiamo di rendere tutto il più chiaro possibile.
Ma chi arriva su un sito non sempre vuole esplorare.
A volte vuole semplicemente chiedere qualcosa.
Avete già fatto un progetto come il mio?
Da dove dovrei partire?
Questa soluzione può funzionare anche per noi?
Mi serve davvero questo servizio?
Un assistente conversazionale introduce proprio questa possibilità: trasformare una parte della navigazione in una conversazione.
Non sostituisce il sito.
Gli aggiunge un nuovo livello.
Quando trovare una pagina non basta
Una buona architettura informativa resta fondamentale.
Menu chiari, contenuti ben organizzati, SEO, accessibilità e percorsi intuitivi continueranno a essere elementi centrali di qualsiasi progetto web.
Ma ogni struttura ha un limite: è stata organizzata da qualcuno.
Chi visita il sito deve capire dove cercare, quale sezione aprire e quale linguaggio abbiamo utilizzato per descrivere ciò che facciamo.
L’utente, però, non pensa necessariamente come chi ha progettato il sito.
Potrebbe non sapere se ciò che cerca appartiene alla strategia, al content, alla SEO, alla GEO o allo sviluppo.
Potrebbe semplicemente sapere di avere un problema.
Il nostro sito è online, ma non riusciamo a spiegare bene quello che facciamo.
Questa frase contiene già molto più contesto di un click su una voce di menu.
Ed è qui che una conversazione può diventare utile.
Dal menu all’intenzione
Un menu ragiona per categorie.
Una conversazione può ragionare per intenzione.
Alla domanda:
Vorrei aumentare la visibilità del mio sito, ma non so da dove iniziare.
un assistente non deve necessariamente rispondere con l’elenco dei servizi disponibili.
Può prima cercare di capire.
Vuoi essere trovato meglio sui motori di ricerca oppure senti che il problema principale è il modo in cui racconti la tua attività?
La differenza è importante.
Il bot non sta semplicemente cercando una pagina.
Sta aiutando l’utente a mettere a fuoco la propria esigenza.
E questo può cambiare profondamente il modo in cui un sito viene utilizzato.
È da questa idea che nasce Agata
Agata è la voce digitale di AgataLab.
Non nasce come una mascotte e nemmeno come una semplice chat di assistenza.
L’idea è costruire un’interfaccia capace di mettere in relazione le persone con i contenuti, i progetti e le competenze presenti nel sito.
Agata può raccontare cosa facciamo.
Può spiegare un servizio.
Può suggerire un Case Study.
Può indicare un Insight utile per approfondire un argomento.
Può comprendere la pagina dalla quale nasce la conversazione.
E può soprattutto fare una cosa che un sito tradizionale, da solo, difficilmente riesce a fare:
ascoltare.
Un bot non dovrebbe essere una FAQ con l’intelligenza artificiale
Uno degli utilizzi più limitanti dei chatbot consiste nel trasformarli in una versione più sofisticata delle FAQ.
Domanda.
Risposta.
Fine.
Un assistente conversazionale può invece utilizzare il contesto.
Se una persona sta leggendo un Case Study e chiede:
Cosa avete fatto per loro?
Agata può sapere a quale cliente si riferisce.
Se qualcuno sta leggendo un articolo sulla GEO e chiede:
Ma questo vale anche per un sito aziendale?
la risposta può partire direttamente da quel contenuto.
Se invece l’utente scrive:
Dobbiamo rifare il nostro sito e probabilmente lavorare anche sulla SEO.
Agata può evitare di restituire una descrizione standard dei servizi e chiedere:
Qual è il risultato principale che vorreste ottenere dal nuovo sito?
È un passaggio da informazione a contesto.
Un sito che sa anche fare domande
Normalmente è l’utente a interrogare il sito.
Con un bot il rapporto può diventare bidirezionale.
Non significa trasformare la conversazione in un questionario.
Al contrario.
La parte interessante sta proprio nel fare poche domande, ma pertinenti.
Un assistente può capire se si tratta di un nuovo progetto o di un redesign.
Può chiedere quale problema si vuole risolvere.
Può distinguere tra un’esigenza di visibilità, comunicazione, contenuto o conversione.
Una domanda alla volta.
Seguendo la conversazione.
Questo rende il rapporto con il sito meno rigido e più vicino al modo in cui normalmente raccontiamo un’esigenza a un’altra persona.
Anche l’espressione diventa parte dell’interfaccia
Nel caso di Agata stiamo lavorando anche su un’identità visiva.
Non vogliamo utilizzare un volto soltanto come elemento decorativo.
Le diverse espressioni possono diventare parte dell’esperienza.
Agata può essere neutra e accogliente quando la conversazione inizia.
Può sorridere.
Può assumere un’espressione più riflessiva quando sta affrontando una domanda complessa.
Può mostrarsi in ascolto.
Può utilizzare una posa più esplicativa.
Può indicare il campo di testo quando invita l’utente a continuare a scrivere.
Sono micro-interazioni, ma contribuiscono a creare un linguaggio.
Una conversazione digitale non è fatta soltanto di testo.
È fatta anche di ritmo, feedback e presenza.
Agata non vuole fingere di essere una persona.
È dichiaratamente un’identità digitale.
AGATA — Agentic Generative Assistant / Transmedia Avatar.
Un’interfaccia tra AgataLab e chi entra in contatto con il nostro mondo.
La prima conversione non è un’email
C’è poi un aspetto importante dal punto di vista del marketing.
Un bot non dovrebbe avere come obiettivo immediato quello di ottenere un contatto.
La prima conversione può essere molto più semplice.
Far scrivere un altro messaggio.
Se una persona fa una domanda e poi continua la conversazione, significa che il sistema sta producendo valore.
Per questo una risposta non deve necessariamente terminare con:
Contattaci.
Può terminare con:
Vuoi raccontarmi qualcosa in più?
Oppure:
Che tipo di progetto hai in mente?
Oppure:
Vuoi vedere un lavoro simile?
L’obiettivo è accompagnare l’utente verso il passo successivo, non trascinarlo immediatamente verso un form.
Dalla conversazione al progetto
Quando però emerge un’esigenza concreta, la conversazione può evolvere.
Immaginiamo un utente che, dopo aver parlato con Agata, dica:
È proprio quello che dobbiamo fare. Possiamo parlarne con qualcuno?
A quel punto la risposta può essere:
Certo. Se vuoi posso passare al team quello che mi hai già raccontato, così non devi riscrivere tutto.
Questo è uno dei punti più interessanti.
Il classico form di contatto interrompe spesso il flusso.
L’utente ha appena spiegato il proprio problema e si ritrova davanti a campi da compilare.
Nome.
Email.
Messaggio.
E spesso deve ricominciare da capo.
Un assistente può invece trasformare la conversazione stessa in un primo brief.
Con il consenso dell’utente, può raccogliere i recapiti necessari e consegnare al team un riepilogo del progetto già contestualizzato.
Il passaggio dalla macchina alla persona diventa così molto più naturale.
Un lead con una storia già iniziata
Da questo punto di vista, un bot può avere anche un ruolo interessante nella lead generation.
Non perché vende al posto di qualcuno.
Ma perché prepara meglio il passaggio.
Un contatto proveniente da un form tradizionale può contenere poche righe.
Una conversazione può invece aiutare a capire qual è il problema, quale obiettivo è stato espresso, da quale contenuto è partita la richiesta e quali temi sono stati approfonditi.
Quando il lead arriva al team, la relazione non parte da zero.
La conversazione è già iniziata.
Ed è questo, più del semplice aumento dei contatti, il valore reale.
Il bot può insegnarci qualcosa sul sito
Le conversazioni possono inoltre diventare uno strumento per migliorare la comunicazione stessa.
Se molti utenti chiedono:
Fate anche video?
forse quell’attività non è sufficientemente visibile.
Se una domanda ricorrente è:
Qual è la differenza tra SEO e GEO?
forse quell’argomento merita un contenuto dedicato.
Se tutti arrivano su una determinata pagina e chiedono lo stesso chiarimento, forse il problema non è l’utente.
Potrebbe essere la pagina.
Il bot diventa quindi anche un punto di osservazione.
Non soltanto:
cosa chiedono le persone?
Ma:
cosa non stiamo spiegando abbastanza bene?
La conversazione diventa insight.
L’intelligenza artificiale ha bisogno di confini
Tutto questo funziona soltanto se il sistema mantiene un confine chiaro tra ciò che l’AI può interpretare e ciò che deve essere controllato.
Agata non deve inventare clienti.
Non deve inventare Case Study.
Non deve creare servizi inesistenti.
Non deve promettere risultati.
Non deve decidere autonomamente che un contatto è stato inviato.
L’intelligenza artificiale può comprendere il linguaggio, interpretare il contesto e costruire la risposta.
Ma dati, contenuti e azioni devono poggiare su informazioni reali e verificabili.
Agata può capire che sarebbe utile suggerire un Case Study.
Il sistema deve indicarle quali Case Study esistono davvero.
Agata può proporre di passare una richiesta al team.
Il backend deve verificare consenso, dati e avvenuto invio.
È la stessa logica che utilizziamo più in generale quando lavoriamo con l’intelligenza artificiale:
Human-led. AI-enabled.
Non sostituisce il sito. Aggiunge uno strato.
Una buona pagina continua ad avere caratteristiche che una conversazione non può e non deve sostituire.
È più immediata da scansionare.
È indicizzabile.
È condivisibile.
Può costruire una narrazione visiva complessa.
Può essere scoperta attraverso i motori di ricerca.
Il bot svolge una funzione differente.
Mette in relazione quelle pagine attraverso il linguaggio.
Qualcuno continuerà a utilizzare il menu.
Qualcuno arriverà da Google.
Qualcuno leggerà un Insight.
Qualcuno visiterà un Case Study.
E qualcuno aprirà semplicemente Agata e chiederà:
Da dove dovrei cominciare?
Tutti questi comportamenti possono convivere.
Sono strati diversi della stessa esperienza.
Dal sito all’interfaccia
Per questo il tema non è mettere una chat nell’angolo in basso a destra.
Quello è soltanto il punto visibile.
Il vero cambiamento consiste nel pensare il sito anche come un sistema interrogabile.
Un luogo in cui contenuti, progetti, competenze e persone possono essere collegati attraverso una conversazione.
Agata nasce da questa idea.
È una voce.
È un’interfaccia.
È un esperimento sull’evoluzione dell’esperienza web.
Ed è anche un nuovo pezzo dell’identità di AgataLab.
Perché Communication has layers vale anche qui.
C’è il sito.
Ci sono i contenuti.
C’è la tecnologia.
C’è l’intelligenza artificiale.
E poi c’è qualcuno che arriva con una domanda.
A quel punto possiamo limitarci a mostrargli un menu.
Oppure possiamo rispondere:
Ciao, sono Agata. Raccontami cosa stai cercando